Genny (di Margherita De Napoli)

Genny (di Margherita De Napoli)
11 Apr 2016

 

Dissi,quando mi consegnarono il diploma,dissi a me stesso che sarei stato buono e saggio e coraggioso e caritatevole col prossimo;dissi che avrei trasportato il credo cristiano nella pratica della medicina!” Spoon River dr.Siegfried Iseman

di Margherita De Napoli  Scrittrice

margherita de napoliCon quanta cura avevo incorniciato questa frase, con quanta trepidazione avevo appeso alla parete del mio studio medico questo piccolo vangelo,nel mio animo il desiderio di realizzare quelle parole e la promessa a me stesso,di far fede a quel progetto. Era sempre lì, alle mie spalle,quando seduto alla scrivania compilavo ricette. Si affidavano a me perché il loro corpo li tradiva. Affannosamente chiedevano la pillola, il flaconcino miracoloso che doveva restituire la piena efficienza: ecco,non tanto la salute cercavano, ma l’efficienza. Se era il cuore a fare le bizze e consigliavo di ridurre i giri del motore, mi guardavano allibiti.

Dottore -dicevano- non scherzi, il mondo va al galoppo e se non si vuole essere esclusi, si deve galoppare!

Non mi rimaneva che prendere il ricettario e prescrivere qualche capsula colorata da buttar giù -velocemente- due volte al dì. Volavano via alleggeriti dalle preoccupazioni mentre già agganciavano l’orecchio al cellulare che pigolava insistentemente. Concluso l’orario delle visite rimanevo solo e pensavo,guardando sconsolato il mio Credo inchiodato al muro,pensavo che forse i miei consigli non erano più richiesti, non serviva lenire i loro malanni, ma solo ricucire i loro corpi malandati per farli ripartire per una nuova corsa.

Sarà così, forse, la medicina del terzo millennio:solo una messa a punto di pezzi e via…

Mi sentivo un po’  dissestato.

Un giorno si affacciò alla porta d’ingresso una madre, nei suoi occhi un’ansia penosa.

Mi sporsi dalla mia scrivania e le feci cenno di entrare: Buongiorno dottore.

La donna si lasciò andare sulla sedia abbandonando il corpo, esausta; solo le mani nervosamente si muovevano accanendosi sul mio biglietto da visita. Cercai il suo sguardo,volevo leggere al di là delle palpebre abbassate le immagini del dramma che si stava svolgendo nella sua vita. Non riuscivo ad interpretare quel volto, non mandava segnali,quasi che un comando interiore bloccasse l’espressione di sentimenti che forse, scivolandole addosso, esplodevano in quel frenetico incontrollato movimento.

Signora -dissi io sinceramente preoccupato per il suo stato- qualcosa non va?

Bisogna fare delle analisi, ho fretta di sapere qual è il problema,in casa non si vive più, dobbiamo avere delle risposte, mi aiuti!

Vuole dirmi il suo cognome e il suo nome?-dissi. Attesi, mentre già mi perdevo tra trigliceridi e colesterolo,nel mio consueto rassicurante percorso quotidiano tracciato dalla scienza medica. No dottore, non sono io, é mia figlia. Alzai lo sguardo sorpreso e la donna srotolò la matassa delle sue angosce.

Non riesco a capire quei suoi continui rifiuti, ha deciso di farmi impazzire. Non tocca più cibo. A tavola guarda il piatto quasi fosse un nemico, poi lo allontana e rimane lì indifferente ad ogni mia preghiera. L’ora del pranzo è diventata una guerra. La tv accesa per fortuna copre i silenzi pesanti e il malumore del padre. Non sono una madre perfetta, ma perché mi vuole punire con questo terribile gioco?

Avevo paura di farmi coinvolgere in questa intricata vicenda, ma non potevo lavarmene le mani, volevo rasserenare quella donna così provata da un’esperienza che stava corrodendo le sue certezze fino alle radici, l’identità della figlia le stava scoppiando tra le mani.

Sa, eravamo legatissime -proseguì lasciandosi andare lungo il filo dei ricordi-  mi confidava i suoi piccoli segreti, i batticuori, ero la sua migliore amica, poi impalpabilmente si è allontanata e questa distanza è ormai riempita di risentimenti. Prima c’era allegria,ora il suo profilo mi sfugge.

No –pensavo- nessuno ce l’ha con lei,non è certo divertente rischiare la propria vita solo per indispettire qualcuno, c’è qualcosa di più profondo che si agita dietro la maschera della malattia…forse la paura di perdersi,di non riuscire a svezzarsi dalla famiglia, di non farcela a venir fuori dal morbido bozzolo di figlia per nascere come donna.  Erano prigionieri ormai tutti di un circolo vizioso, dovevo fermare l’inconsapevole gioco al massacro della ragazza tranquillizzando la madre che sprofondava in una palude di dubbi.

Mi odia –diceva- Senza esitazione le presi la mano e guardandola negli occhi le dissi che avevo bisogno di visitare la paziente.

Quanto pesa?-chiesi-  Non so, sono tanti mesi che è l’ombra di se stessa, ciondola per casa con i vestiti che le cascano addosso come sacchi, andava fiera della sua bellezza.

Abbassò lo sguardo e pianse, la sua bella bambina non c’era più. Dopo aver confortato la donna,assicurandole che la figlia sarebbe guarita, la invitai, a farmi incontrare con lei per accertarmi delle reali condizioni di questa fragile creatura finita nelle fauci dell’anoressia che le stava, briciola a briciola, affamando l’anima.

Ero di fronte a lei,diciassette anni racchiusi nella silhouette di un grissino, i segni della  femminilità, appena abbozzati, erano negati alla vista da un camicione che sembrava voler impedire a quel corpo di parlare,di raccontare chi era. Mi colpì l’incedere malinconico e il suo sguardo basso che la proteggeva dagli altri.

Si era ritirata dall’avventura del vivere. Perché?

E’ il dottore -disse la madre con accento grave –ha insistito per parlarti personalmente.

A me pareva che la presenza della madre la intimorisse, avevo la sensazione che le mangiasse l’aria intorno, era difficile per la ragazza espandersi tra quelle pareti,la personalità materna,così esuberante,esercitava una pressione che la costringeva a svuotarsi, a farsi piccola: i suoi ‘no’ erano macigni che le chiudevano lo stomaco. Ormai era sì l’ombra di se stessa, ma quell’ombra era la presenza palpabile di un disagio che echeggiava in quel microcosmo familiare.

Posso rimanere qualche minuto solo con Genny?

La madre assentì, ma un velo di disappunto incrinò la sua voce.

Si allontanò. Ciao Genny -dissi- vuoi aiutarmi a farti vivere?

Sollevò gli occhi e solo allora mi vide,mi diede il permesso di entrare nel suo universo di percezioni perché non mi sentiva armato, il mio ciao leggero aveva spento la sua diffidenza. Sorrise.

Mi aggrappai a quel gesto di fiducia, ebbi anch’io in quel momento la speranza di poter sciogliere il grumo di emozioni che le impedivano di assaporare la vita. Il cammino era lungo,ma ce l’avrebbe fatta,dal suo sorriso limpido, intatta traspariva la voglia di esserci.

 

 

 

INTERVISTA A MARGHERITA DE NAPOLI sul libro “Mi chiamarono Brufolo Bill”

 

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redazione cittadeibimbi.it

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